Palazzo San Giorgio, simbolo della cultura marittima di Genova, fu per secoli sede della Casa delle Compere e dei Banchi, la prima banca pubblica di tipo moderno in Italia e una delle prime in Europa, che contribuì a sostenere la potenza commerciale della Superba e le sue imprese sui mari. Un patrimonio storico e artistico che ancora oggi racconta un legame indissolubile tra Genova e il suo porto.
Con la fondazione della Casa delle Compere di San Giorgio (1407), trasferitasi dalla metà del Quattrocento nella sede attuale – corrispondente al duecentesco Palazzo del Mare – Genova potenziava ancora di più la sua già straordinaria valenza marittima e commerciale nel Mediterraneo e non solo. Fin da subito, infatti, il ‘Banco’ di San Giorgio divenne un elemento costitutivo del sistema politico genovese, tanto da spingere una personalità di grande rilievo quale Nicolò Machiavelli ad augurarsi che la nuova istituzione acquisisse maggior potere, in quanto se “San Giorgio tutta quella città occupasse, sarebbe quella Repubblica più che la viniziana memorabile”.
Dall’esterno il ruolo del Banco veniva in effetti percepito quasi sempre come una realtà ‘altra’ rispetto al potere comunale, al punto che numerosi letterati ne componevano le lodi, esaltandone le caratteristiche di ‘libertà’ e ‘giustizia’, nonché l’enorme vantaggio economico e mercantile apportato alla città.
La sua funzione creditizia, agendo da banco di deposito, creando un sistema di interessi attraverso il ‘moltiplico’, elargendo prestiti a personalità straniere e garantendo sempre una copertura economica al governo genovese (anche nei momenti di grande difficoltà), lo connotava, di fatto, come il primo istituto aperto in tutta Europa con le caratteristiche di una vera e propria banca moderna: si trattava, quindi, di un caso unico ed eccezionale, che contribuiva in maniera preponderante a porre Genova al centro della realtà politico-commerciale del Rinascimento.
La posizione della sede, direttamente a ridosso del mare, faceva sì che Palazzo San Giorgio fosse il primo edificio che chi arrivava a Genova via nave scorgesse da lontano, acquisendo inevitabilmente, in modo simile alla Lanterna, un valore identitario per la città stessa. Non è quindi un caso che i Protettori del Banco abbiano sempre avuto una forte attenzione all’aspetto decorativo della facciata sud, che oggi rispecchia il restauro del 1992, ma che ha una storia lunga e complessa, purtroppo osteggiata dai danni ingenti subiti nei bombardamenti delle Due Guerre.
La prima documentazione conservatasi circa la decorazione della facciata a mare del palazzo risale agli anni 1590-1591, quando il pittore genovese Andrea Semino fu incaricato della realizzazione di un grande riquadro centrale ad affresco, raffigurante San Giorgio uccisore del drago, che tuttavia non soddisfò appieno le aspettative della committenza: nonostante il letterato lucchese Pompeo Arnolfini – chiamato per l’occasione a esprimere un giudizio sulle pitture – ne dimostrasse un discreto apprezzamento, i Protettori decisero per la distruzione delle figure dopo un solo decennio dalla conclusione dei lavori, optando per una nuova decorazione, questa volta totalizzante e, quindi, di maggiore impatto scenico sulla città vista dal mare.
L’incarico fu affidato al principale allievo di Luca Cambiaso, Lazzaro Tavarone – molto apprezzato e attivo in città, soprattutto a seguito della morte del maestro in Spagna nel 1585 – il quale si avvalse della consulenza iconografica di Giovanni Battista Paggi, chiamato a far fronte a un programma decorativo davvero complesso e articolato.
Il nuovo progetto non si limitava più alla sola raffigurazione di San Giorgio, ma prevedeva al suo fianco numerosi riferimenti all’identità civica e alla celebrazione della gloria patria, attraverso una teoria dei personaggi e degli eroi più significativi della Repubblica di Genova. Sfortunatamente, il ricco ciclo concluso nel 1608 deperì precocemente, tuttavia, grazie alle descrizioni delle fonti storiografiche, in particolare quelle di Raffaele Soprani (1674), si riesce a ricostruire, almeno mentalmente, le immagini del santo intento a “combatter animosamente l’horribil Dragone”, delle figure “di huomini così togati, come armati” e i dettagli decorativi dei “putti carichi di bandiere” posti tra “bizzarrissimi ornamenti di architettura”. Seppur di minute dimensioni, il palazzo affrescato compare anche nel dipinto realizzato dallo stesso Paggi, raffigurante la Madonna con Gesù Bambino, san Giovannino e san Giorgio, sito nella sala dei Protettori, immediatamente al di sopra del camino marmoreo; non si tratta comunque dell’unica fonte iconografica utile per ricostruire gli affreschi perduti, poiché il prospetto del Palazzo San Giorgio è visibile in numerose incisioni sei-settecentesche, realizzate da artisti che approdavano a Genova dal mare. Le fonti ottocentesche restituiscono, invece, una situazione ormai di degrado della facciata, soprattutto a causa dell’erosione salina: nel 1847 Federigo Alizeri lamentava, infatti, come l’edificio fosse “preda al maligno sale che tutto il giorno vi esala, e aiutato dai soffi marini si avventa a spruzzare quelle vivide tinte”, motivo per il quale si decise per un restauro conservativo, inizialmente intrapreso da Alfredo d’Andrade, poi seguito dalla proposta del Consorzio Autonomo del Porto di Genova, nel 1911 di far realizzare uno studio filologico sui frammenti ancora conservati, al fine di giungere a un completo ripristino delle figure.
La scelta della commissione cadde sul pittore milanese Lodovico Pogliaghi, già membro della commissione giudicatrice del concorso per il Monumento ai Mille di Quarto e che a Genova stava in quel momento lavorando nel prestigioso cantiere della cattedrale di San Lorenzo, impegnato nella realizzazione degli affreschi del transetto sinistro. Tra il 1912 e il 1913 egli si occupò di progettare e poi realizzare la ri-decorazione della facciata sulla base delle fonti, affinché il risultato fosse il più possibile vicino all’originale tavaroniano: ne resta testimonianza attraverso il grande bozzetto, straordinariamente dettagliato, conservato ancora oggi entro Palazzo San Giorgio, nonché dalle fotografie scattate nel 1913 a lavori conclusi. L’impresa artistica di Pogliaghi riportava in bella vista la grande immagine del san Giorgio sauroctono – simbolo del Banco e patrono dei genovesi, che dal Medioevo avevano scelto il suo vessillo come emblema comunale – posto a difesa della città e del mare, affiancato dai personaggi che più si erano distinti nella storia di Genova: Caffaro, Biagio Assereto, Guglielmo Embriaco, Simon Boccanegra, Andrea Doria e Cristoforo Colombo, questi ultimi due a ricordare in maniera inequivocabile la propensione marinara dei genovesi.
Nell’operazione di recupero degli originali seicenteschi, Pogliaghi andava quindi a interpretare quella teoria di personaggi illustri non come generici esempi di storia classica, ma come eroi locali, ben riconoscibili da chiunque osservasse il palazzo e soprattutto ben presenti nel cuore dei cittadini, abituati a leggerne le imprese nel corso dei secoli. D’altronde, la forma politica della Repubblica di Genova, nel suo assetto così fortemente oligarchico, aveva da sempre seguito un modello atipico nella costruzione dell’immagine identitaria: data l’assenza di una figura politica stabile di riferimento – in particolare dopo la riforma del Dogato a rotazione biennale del 1528 – i soggetti più frequentemente incaricati di esaltare la ‘gloria’ della città erano appunto gli eroi del passato, che diventavano per il governo repubblicano modelli in cui specchiarsi e autolegittimarsi, tanto dentro quanto fuori le mura.
Palazzo San Giorgio si costituiva quindi anch’esso come uno ‘specchio’ dell’identità civica, un palazzo che, non a caso, dialogava direttamente col mare e con il porto cittadino, elementi così importanti per i genovesi, che sulla navigazione mercantile avevano creato la loro storia, come l’antico motto “Ianuensis ergo Mercator” ben sottolineava.
Proprio la vicinanza al mare causò pesanti danni all’edificio nel periodo delle Due Guerre, per tale ragione, nel 1992 – in occasione delle celebrazioni del cinquecentenario della scoperta dell’America – basandosi sul modello, in parte modificato, di Ludovico Pogliaghi, la città decise per un ripristino generale della facciata sud, che corrisponde all’aspetto che oggi conosciamo.
Dopo circa seicento anni dalla fondazione della Casa delle Compere, nonostante le travagliate vicende della decorazione, la valenza identitaria di Palazzo San Giorgio si è necessariamente adattata alla realtà contemporanea, ma non ha perso la sua centralità: per chi in antico giungeva a Genova con le galee, così come per chi oggi sbarca da una nave da crociera; per chi si addentrava nell’area dell’antica darsena, come per chi oggi passeggia al Porto Antico, visita l’Acquario o percorre in auto la Sopraelevata Aldo Moro, il Palazzo resta un punto di riferimento visivo di straordinaria efficacia, un vero e proprio snodo tra la città e il porto, tra gli stretti vicoli che si dipanano immediatamente alle sue spalle e l’immensità del ‘mare ligustico’.


